POESIA, REALISMO? intorno a “La distrazione” di ANDREA INGLESE
Se la vita procede per catastrofi, ogni singola vita ne è parte. La scrittura poetica riesce forse a fermare il crollo, nel senso che lo fissa in uno stato di invasione controllata, urto rallentato della rappresentazione e della rappresentazione del reale. Una poesia ”realista”. LE virgolette servono a dire che le parole mutano senso, come la realtà, mutando la realtà. Questa è una delle ragioni per cui ha senso la poesia, oggi. Come sempre. Questo è anche, più o meno, uno dei pensieri che mi hanno sempre accompagnato scrivendo poesia, da sempre, ma in particolare negli ultimi 15 anni – una strada fin troppo lunga e piena di distrazioni. Aprrodata nel 2007 a “Le ore impossibili” uscito da Empirìa. Ora vedo meglio una rete di percorsi che sento vicini, orbite della galassia all’interno della quale mi sento a casa. Vediamo alcuni pianeti principali. Cominciano da quelli più vicini nel tempo.
Innanzitutto Guido Mazzoni con “I mondi”, uscito qualche mese fa – che mi era sembrato illuminante e precursore già nella silloge pubblicata quindici anni fa sul Terzo Quaderno poesia italiana. Inutile dire che il saggio”Sulla poesia moderna” di Mazzoni medisimo è un lato diverso della stessa medaglia ed è il lavoro che per me rappresenta il punto di riferimento come poeta, non come critico (ribadisco: come poeta. Mazzoni aiuta e aiuterà i poeti contemporanei ad uscire da certe immobilità). Altri pianeti vicini, da poco visibili ai miei occhi: Massimo Gezzi con “L’attimo dopo” e Pierluigi Cappello specie l’ultimo libro “Mandate a dire all’imperatore”. Un poeta più giovane di cui ho letto interessanti inediti, Agostino Cornali. C’era stato il bel libro di Gian MArio Villalta –e non è un caso che molt ruotino attorno al Friuli come area per nascita (o per relazione con il Pordenone Legge). C’è stato Alberto Casadei, con una ricerca originale, tra consapevolezze scientifiche e racocnto del reale, con “Genetica” e con le sue riflessioni teoriche (“Poesia e ispirazione”).
Impressionante è stato il Mario Benedetti di “Pitture nere su carta” un libro capace di cambiare il passo a tutta una generazione di poeti. E con lui Antonella Anedda e Stefano Dal Bianco, coerenti negli anni, da sempre li leggo. Mi sono ritrovato a sentire un filo capace di legare tutti questi nomi. Aiutato anche da un altro poeta e critico, Enrico Testa (“Dopo la lirica” , altro punto di riferimento)
Ci metterei dentro come esperienze ponte fondamentali della storia della poesia italiana degli ultimi trenta anni due autori Viviani e De Angelis e tutti i loro libri, ma se dovessi scegliere selezionando empaticamente, partendo dall’oggi, direi il Cesare Viviani di “L’opera lasciata sola” soprattutto – e il Milo De Angelis di “Biografia sommaria” e “Tema dell’addio”.
Poi Fabio Pusterla – ora raccolto nella sua antologia recente “Le terre emerse” e Biancamaria Frabotta : “La viandanza” – ma attendo il nuovo libro – se “I nuovi climi” è la premessa, sarà bellissimo. Considero invece distante ma di una forza travolgente, una macchina di stile, il lavoro di Gabriele Frasca. I suoi libri sono motori immobili di infinite gemmazioni verbali quando li leggo come. se maneggi le parole non puoi non considerarlo importante, anche se i suoi risultati sono da discutere. LE sue traduzioni e i suoi saggi teorici comunque sono illuminanti e pieni di stimoli.
Una costellazione di poeti, con distanze e vicinanze, ma una costellazione .
Molto stimolante è il lavoro critico di Andrea Cortellessa. PArola Plurale – non solo sua, come curatore, ma con forte impronta – è un’antologia utile ma alla fine troppo plurale…Poi le sue preferenze non sono le mie come poeta – non discuto la coerenza della sua pista di poetica, che segue deciso. Cortellessa preferisce e sostiene poeti che io -c scrivendo – non riesco a leggere. Li sento di un’altra costellazione – al dilà del loro valore, della coerenza con i presupposti della loro poetica, – le esperienze di Lello Voce, Sara Ventroni, Tiziano Fratus,Rosaria Lo Russo, Paolo Febbraro, Elisa Biagini, Marco Giovenale, Laura Pugno. Poi ci sarebbero molti altri nomi da fare, da una parte e dall’altra o in mezzo, ma questi li cito solo per dare un’idea che serva ora da preludio per una riflessione su “La distrazione” di Andrea Inglese.
Senza essere narrativa, la poesia reinventa la possibilità di narrare la propria vita reinventando i parametri di una sua forma del discorso.. Andrea Inglese con “La distrazione” (Sossella) lo fa fino al dettaglio, al coinvolgimento di ricordi e cose, assumendosi il rischio della “calamità autobiografica” – siamo strangolati da un’offerta comunicativa e letteraria che espone nome-e-cognome (di scrittori, di narcisismi in network, di esposizioni in reality e talent). Di fornte a ciò, l’ostinazione in ombra della poesia, della lirica, che dice “Io” ma è un io isolato. Privato, anche, non per voglia di rippigamento, ma perché l’io autobiografico, decostruita la Soggettività, è l’unico modo di dire io. Per Andrea Inglese subito è chiara l’intenzione: “non posso non raccontare la mia storia”. Lasciata indietro anche la preoccupazione metafisica negativa di poter solo dire quello che non siamo e non vogliamo, il confronto è tutto dentro una più personale esperienza dell’essere ognuno singolarità, quindi una pluralità differenziatà. L’importante è prendere a tracciare con queste poesie un documento di sé, anche se perdita, o ritardo, attraverso le “parti/ di una storia interminabile/ che si riavvolgeva su se stessa/ verso un passato lento/ non prosciugabile, mai concluso”. Punto di fuga e rottura, una vita in versi, addirittura è capace di “farla nascere”, crearla, re-inventarla.
Pur presente spesso in forma testi che presentano una decisa apertura narrativa dei testi, il racconto-resoconto di Andrea Inglese è fatto di frammenti di vissuto e paesaggi urbani, schegge di memoria. Non tradizionalmente narrativa questa continua dispersione e accumulazione. Da un lato si sommano immagini, asserzioni, flash allegorici, microilluminazioni, con procedimento di una memoria involontaria. Somma distratta come si dice di un’accumulazione spostata da un fine ad un altro, lo spostamento che è consustanziale al procedere allegorico, metaforico, diventa una conquista di tempo, una rielaborazione di futuro attraverso il passato “anche per questo giorno/ anche stupidamente con grande sforzo/ di distrazione”…La dimensione del limite del tempo è un invito al rilancio, a spostare poco alla volta, a tentoni, il limite dell’andare : “oggi, anche oggi, non moriremo”(p11) .
Il non-esser-morti come minimo traguardo, punto di resistenza più che utopia, nuda vita. Batte un rumore bianco sotto il nostro “inventario” (altra parola chiave di Inglese ) che è anche quotidiano e storico: in questo tempo limite del giorno infatti la vita si affronta nella sua catalogazione di cose – pur nella consapevolezza di “non avere/ presente, non poter dire sono qui”. Allora al massimo pensiamo alle superfici (il”colore di una giacca” o “cosa da comprare/ il cui nome smarriva” dentro un “teatro di vetrine”) . Il pensiero che la poesia sollecita è quello che ingaggia un confronto con il passato che invece è pieno di tempo e di cose che guardano altrove. Le “retrovisioni” (p 12) diventano detriti da trasformare in fantasia, visione, memoria vagamente un-umlich, non-più-familiare ( che ci rende “esposti in una luce vanamente/ accusatoria” (p 12). Il magma di una tradizione della memoria dilaga, deborda, cerca una forma.
In questa tensione passato/futuro, il poeta è sempre contemporaneo, anzi: tutto il suo passato è spinto in modo incontrollabile (come certa lezione di Volponi ) a “doversi fare una storia”. In Inglese la lezione di Volponi dichiaratamente esplicita e appare una risposta alla storia che possiamo considerare, nella prospettiva storica della poesia che abbiamo ale spalle, molto diversa da quella della poesia anni ’70/’80. Quella di una certa tensione dispersiva. Prendiamo come emblema Maurizio Cucchi che , all’interno di un altro contesto culturale proponeva un personagigo poetico che navigava entro la sua condizione di Disperso. Credo che Andrea Inglese non consideri più determinante questa seduzione della dissoluzione, della decostruzione; piuttosto crdo senta il timore della cancellazione, della scomparsa dalla scena. Questa condizione di soggettività “minima” è il punto di ripresa della a poesia che parla “dall’interno del buio, della x” (10 ) consapevole di una fragilità costante, “a rischio di sbriciolamento”.
Rappresentare la realtà allora significa ritrovare un diverso registro stilistico del soggetto che percepisce tempo e cose, la complessità per la poesia, senza cedere alla disseminazione arbitraria – e restando dentro un contesto comunicativo della lingua, lontano da vertigini iper-letterarie: “Non esistono tracce/ o ce ne sono troppe” scrive nella poesia a pag 31, dove Inglese rende evidente un suo procedimento di elaborazione sperimentale di una diversa condizione esistenziale (non sperimentalismo, tuttavia, ma un registro che resta più affine a Sereni, Volponi, Raboni e altri – forse anche un certo Pagliarani – e che sta diventando mood comune per diverse significative esperienze di poeti tra i trenta e i quaranta anni):
quando cammini, separi la strada
e la strada a tua volta ti separa
in pensieri che non hanno fiato”(..)
Salto mentale sur-reale di un camminare che torna a rifugiarsi e riesplodere, ramificarsi nel cammino ormai senza fiato:
“quando cammini, gli anni
salgono con te, dove i rami fanno
coltre incostante, e le finestre dei palazzi
contengono in un quadro
cedimenti di vite
abbracci, piedi nudi”
Rallentamenti, salti, myse en abyme, verso lungo, sintassi che va dal grado zero di una comunicazione piana ad improvvisi picchi di rotture paratattiche, tutto è modello poetico che dialoga con le forme della prosa . Non ripiegato su sé, l’occhio del poeta guarda attorno. Vede la minaccia di una macchina mondiale che forse è parte di “un’antica meccanica/ che non dà tregua” come le piccole “macchine del mio appartamento” stanno “tenendo in vita, in velenosa vita, la vita” (p21). Vede che sta irrompendo una “nube di futuro/ tutto gangli, ruote dentate, passanti stralunati” (p35) . L’io cammina vede quei “fondali” e “quello che si vede” (titoli di due sezioni) “sul fondo dove l’occhio si smarrisce” (p36) è proprio quel paesaggio che diventa storico, preciso: “Milano” coi suoi “matti” frenetici abitanti dagli “occhi iniettati di sangue” (p23).
Un tratto da poesia civile che racconta come nel “battito strambo dei passi” e nei “ritmi che spingono avanti la città” il senso di “collasso” possibile (p33). Il neo-flaneur tuttavia è fuori da questa logica, è capace di salti stranianti, per non diventare solo rappresentazione, e così “scavalca il proprio camminare” in un procedimento materico del linguaggio, con stravolgimento del concreto: “sorvolando a mente” per “mulinare d’ansia nell’aria” e conquistare una visione, come nella visione di un adulto di fronte all’esperienza infantile della scuola.. Allora l’Io lascia che le “scarpe” – quindi oggetto ridotto soggetto e viceversa - siano la registrazione di “tutto lo sforzo dei passi” e lo stare attaccati alla terra “che sempre mi tiene a posto”.
Lo ricordano, loro, le cose, il punto d’appoggio. Le cose, non l’io. Un materialismo di vago accento leopardiano, ma nell’interpretazione quasi civile di resistenza delle cose inerti. Il materialismo del corpo e delle cose che si fondono, si muovo in una reciproca extra-vaganza. Il richiamo ironico ad una concretezza anche addirittura “marxista” fatta incarnare alla nonna che lo invita proprio a “scendere coi piedi per terra” non servono. Dalla poesia di Andrea Inglese – e da molta degli autori citati all’inizio – arriva un mantenimento del contatto con il reale, un punto di confluenza che chiamerei neo-realismo (provocatoriamente ).
[ Sia detto chiaramente: un realismo che non rappresenti la realtà, secondo procedimenti e strutture che apriori si pongano già come i dispositivi linguistici, i tropismi che definiscano una vaga idea di quello che mi ostinerei a chiamare "realtà" per non avere una parola migliore. No la poesia non rappresenta, ma interpreta la realtà, quello è il suo realismo Il neo-realismo di cui parlo procede chiamando insieme a convergere nei testi alcuni elementi, anche nuovi: una tangenza materica con le cose, la sensazione che la soggettività si risolva nel biologico, le immagini dell’ambiente, lette come paesaggi. ]
Siamo ad un richiamo di esercizio inattuale di re-invenzione di una realtà dell’essere. Una realtà che fa a meno della poetica del realismo, sa che il mondo delle cose può essere “pietra apparente”. Sa anche che “la città nostra/ filmata, ovvero la società contemporanea, contiene molte cose tra cui quel “monumento del visibile” che è “il morente/ chiamato al microfono, tirato in piedi/ sulla sabbia, sotto un’ombra organizzata” (p48). Se la realtà insomma è continuamente narrata, il realismo va cercato altrove e ovunque. La società fruga in cerca di reality fin nel cuore più intimo e misterioso, la morte, il morente. La poesia risponde indagando l’invisibile del reale, ma concreto e realissimo. consapevole che non c’è “nessun / promesso, biologico equilibrio” (p14) .
La biologia si lega anche all’altro elemento decisivo, come dicevamo, la matericità degli oggetti, che completa il paesaggio interiore: anche noi siamo “spessore dei tavoli e sedie”, “tattili inezie”. Biologia e matericità sono invocate senza intellettualismi, solo a poter dire il “qui” dell’esistere ( “tutta la vita deve stare qui” [p65] ), le cose, la vita “cresciuta con dolori” gli istanti vissuti e reali ( “se cadi, o sudi/ succede per davvero, e tuo è il male ed il sudore”). . Il procedimento di scarto e sottrazione si fa biografia per metonimie come la realissima “cameretta” della storia personale (che conserva un’eco petrarchesca, certo) una diga da opporre alla “piena di una Storia che “vuole anche/ la mia disfatta precoce” (p62). Inglese non si fa illusioni: lo sappiamo che “ è tutto mare”, Inglese, lo fa dire a Bartolo Cattafi con l’ exergo. Però forse naufragare è diventato in questo mare un’esperienza che non libera più gli orizzonti. Non si può più leggere come opposizione tra privato e politico tutto ciò. La biologia (privatissima intima) è terreno di rivoluzioni . La nostra vita è un “cerchio, la stella, o la pozza” scrive in un testo dedicato a “Les Halles” ( i famosi Passages di Parigi di W. Benjamin). La vita è dentro questo perimetro chiuso che hanno i tunnel parigini seppur in forma di caos. Di fronte a queste la decisione di recuperare uno spazio del sé di fronte alla Storia perché “abbiamo cercato ampiezza” 8del mare appunto) ma “abbiamo un perimetro” e tutto si svolge “nei dintorni” immediati di un’Io. “piccoli moti locali/ contro la corrente generale” (p87)
In un’attesa di una generazione e redenzione storica, di un “lievito che non verrà mai” restano attorno all’io che cerca un senso i cumuli di “arredi,derrate,metalli” insomma la giungla leggera entro la quale ci muoviamo. La scrittura poetica, scrive Andrea Inglese nella nota ai testi alla fine del libro, è la scrittura “più scettica e insoddisfatta, poverissima di ogni riferimento e garanzia, che avanza esclusivamente a tastoni”(p111). Etica tattile e cieca, ma etica. Pulsione etica – e formale, ma post-formalista – nel gesto dei “balzi in avanti” a condurre “il gioco”
e sapendo
e immaginando
ma non troppo
che sarebbe potuto accadere
qualcosa
che ti toglie la vecchia per la nuova
vita, ma irriconoscibile
in cerca di Altrove, l’Io è stato Altro, s’è alienato, se guardiamo la tradizione recente, novecentesca, della poesia. In cerca di un’allargamento della coscienza attraverso strappi della coscienza medesima, Ora invece bisogna “Contenere la tentazione di pazzia”: non serve più la dissoluzione di sé: noi sempre “ci muoviamo/ nella mente vomitata” (p95) ce lo dice ogni narrazione del mainstream sociale (certi divi pubblici che offrono patinate dissoluzioni, il rock, la trasgressione fatta prodotto per famiglie, il cinismo, la provocazione mediatica). Non c’è bisogno di un pensiero autodistruttivo, ci pensa gia la Storia a travolgerci “ a devastare di nuovo” a questo opponendo un “ricomporre il piccolo vivere nostro/ dentro i ferocissimi mali/ del mondo”(p102) .
La morte è il punto chiave, punto estremo, va sottratta alle “belle frasi” della filosofia, del pensiero negativo, e restituita alla sua singolare, irriducibile presenza muta. La morte non è un essere-per-la morte. Nella morte infatti si salda l’essere singolare plurale che tutti siamo. Il qui è nell’implacabile lucidità muta. Dall’oscuro della presenza della morte, memoria. Inventari, forse invenzioni. Nel contrasto di correnti tra esistenza singola e storia generale, più a fondo, scorre un lungo flusso buio ben più inesorabile che trascina tutto come in un corteo dantesco noi tutti, passanti e resistenti, trasformandoci tutti inesorabilmente in sommersi senza possibilità di salvezza. Quel flusso è il punto ottuso dell’esistere, la morte, là dove la “luce offuscata” è il segnale di “nessuna possibilità di risalita, più.”(p109).
Ma non per questo nel nostro “intervallo di vita” nel tempo che ci resta, deve mancare un gesto anche uno senza finalità, pura azione : sarebbe il segno di una presenza della vita nella sua materialità, pur se il cirpo è sorta di marionetta. Il gesto che il corpo compie è quello capace di “legare il flusso” di tutto, cose e azioni, ad ogni istante e in ogni gesto della vita, anche se minimo e che contenga in sé il richiamo di un lampo della coscienza e dell’etica: (“piegare per bene/ senza offesa tua o di altri, il braccio”) che sia insomma “un atto/ pesato” .(p100).
[...] ora tutto questo è un preludio ad una riflessione su “La distrazione” di Andrea Inglese e di cui ho si può leggere qui una mia recensione dal blog e che è il libro che ha originato tutto il domino di [...]
Ciao, sono anni che ci siamo persi di vista… ciascuno preso nella propria camminata a piedi nudi…
Ho letto questo articolo.
Il termine realista è sempre scivoloso, crea spazi di mala-comprensione che alla fine annullano, o compromettono il senso stesso dell’argomentazione avanzata.
Uno degli scrittori che amo di più è precipitato fuori dal discorso letterario del panorama italiano, Carlo Cassola, che nei suoi romanzi, e penso soprattutto a “Il taglio nel bosco” rifiuta l’etichetta di realista, pur essendo una delle espressioni letterarie più prossime a un film 8anch’esso da me adorato) che è stato “L’albero degli zoccoli” di Olmi.
Non capisco bene questo inserirmi in un lenzo con Lello Voce, Rosaria Lo Russo o Sara Ventroni, fra l’latro tutti e tre diversissimi fra loro, e ritengo, diversissimi dal lavoro che sto conducendo… soprattutto se si considera la poesia ambientale e creaturale a cui lavoro da alcuni anni…
Mi dedichi un poco di tempo e mi spieghi in senso?
un abbraccio (lontano)
Tiziano